COVID-19, DIGITALIZZAZIONE E SOSTENIBILITA’: intervista a Fausto Caprini, AD di Retex | Luiss Finance Club
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COVID-19, DIGITALIZZAZIONE E SOSTENIBILITA’: intervista a Fausto Caprini, AD di Retex

COVID-19, DIGITALIZZAZIONE E SOSTENIBILITA’: intervista a Fausto Caprini, AD di Retex

L’ emergenza COVID-19 ha portato con sè alcuni cambiamenti nelle modalità di lavoro e ci ha spinto a riflettere su luci e ombre della digitalizzazione. Quali sono le sfide e le opportunità che si presenteranno nel prossimo futuro?
Lo abbiamo chiesto a Fausto Caprini, AD di Retex, tech company leader nel mondo retail

L’emergenza Covid-19 ci ha costretti a introdurre un modello lavorativo che
in tempi non sospetti avrebbe probabilmente richiesto diversi anni per essere
implementato su larga scala. Naturalmente sto parlando del cosiddetto smart working, un
fenomeno che ci ha peraltro portato a riflettere sui diritti dei lavoratori nel mondo digitale.

Il tema dei diritti sul lavoro è delicatissimo. A mio avviso, vi è una tendenza a
magnificare in maniera acritica la questione dello smart working. E’ vero che la forzatura
del Covid ci ha portato a riflettere su alcuni modelli di execution che possono beneficiare
di modalità lavorative da remoto, ma ci sono alcuni aspetti di cui si è detto poco. Le
aziende hanno trasferito quote importanti di costo dai conti delle aziende stesse ai conti
delle famiglie (energia elettrica, connessioni internet, buoni pasto, ecc.). Altro fattore è
che spesso l’ambiente domestico non è adatto al lavoro e questo solleva
contemporaneamente questioni di produttività e di work-life balance. Guardando i numeri,
come executive, vedo evidentemente un beneficio sui costi diretti.
La situazione è tuttavia contradditoria: molta parte dei collaboratori è contenta di lavorare
da casa, spesso perché percepisce il vantaggio immediato di aver risparmiato alcuni costi,
come il commuting, e aver guadagnato un maggiore grado di libertà o di subire un minor
livello di controllo. Ma alcuni, allo stesso tempo, avvertono gli effetti negativi sia
economici che di degrado della dimensione relazionale. Mentre su questo argomento i
sindacati e le organizzazioni dei lavoratori sembrano distratte, le associazioni
imprenditoriali fiutano l’opportunità arrivando a proporre ad esempio due contratti: uno
per chi lavora in ufficio e uno, con minor retribuzione, per chi lavora da remoto (esempio
Deutsche Bank).
Comunque, giova notare che questa potenziale rivoluzione riguarda una minoranza dei
lavoratori italiani: alcuni osservatori stimano in circa sei milioni su un totale di ventuno i
lavoratori interessati e va notato che potenzialmente questo costituirà un ulteriore
elemento di divisione e di differenti condizioni lavorative che potrebbe generare conflitti
in futuro.

A proposito di rimanere in casa, osserviamo oggi dei cambiamenti nei
modelli di consumo. Si arriverà a imprese sempre più sostenibili?

C’è molta enfasi oggi sull’argomento, bisognerebbe tradurre quest’enfasi in
fatti concreti, porre un’agenda di sostenibilità e avere una storia coerente da raccontare ai
consumatori. Ad oggi non mi sembra che si vada molto oltre alle parole. Ti faccio un
esempio: noi facciamo innovazione tecnologica, non c’è nessuno che ci chiede, quando
elaboriamo un progetto, quale sia il suo contributo in chiave di sostenibilità :
semplicemente non è nell’orizzonte dei KPI di un’azienda, non esiste un indicatore di
sostenibilità. Se è vero che il COVID contribuisce a una ulteriore riflessione sul tema della
sostenibilità, non si vedono emergere iniziative di business o modifiche dei modelli
esistenti in senso sostenibile.
Ti posso fare l’esempio dell’e-commerce, indubbiamente un progresso dell’umanità
meraviglioso che rende disponibili una serie di vantaggi per il cliente e per il fornitore.
D’altra parte, però, si fonda su un meccanismo spesso difficilmente sostenibile in senso
economico: si genera un flusso di merci e di trasporti assolutamente sproporzionato al
vantaggio oggettivo, con una vera e propria bulimia dei livelli di servizio; consegnare a
domicilio una penna da due euro in quattro ore costa dieci volte il valore. I giganti dell’ecommerce (es. Amazon) conoscono perfettamente il problema e, da una parte, premono,
spesso in modo discutibile, sui fornitori e sulla rete distributiva stemperando le perdite e,
dall’altra parte, recuperano con i servizi infrastrutturali, come AWS nel caso Amazon, e
con quotazioni di borsa spesso scollegate dal profilo di redditività. E ancora, l’ecommerce è spesso scarsamente sostenibile anche dal punto di vista ambientale, basti
pensare al tema delle emissioni indotte dai trasporti (magari moltiplicati per il tema dei
resi come nel fashion) o al tema degli imballaggi . È problematico anche dal punto di vista
della sostenibilità sociale: basti pensare ai salari e alle condizioni lavorative delle persone
che fanno consegne door-to-door o alle condizioni di sub-fornitura.

C’è insomma bisogno di un importante cambio di paradigma. Quali possono
essere incentivi in tal senso?

E’ chiaro che un contributo significativo debba venire anche dagli enti
regolatori, soprattutto europei, ma anche dal MISE e dall’Antitrust: loro hanno la capacità
e il ruolo di porre limiti e vincoli. Lasciate libere di operare, non credo che sempre le
aziende siano in grado di elaborare credibili piani di sostenibilità. Esistono ovviamente
esempi virtuosi come ad esempio Patagonia anche se, in quel caso, la sostenibilità
ambientale diventa una questione di coerenza rispetto alla missione aziendale che si
concentra su clienti amanti della natura.
Sicuramente negli ultimi tempi c’è stata una crescente sensibilità da parte dei consumatori:
pensiamo all’esplosione dei consumi cosiddetti bio. Sicuramente la crescita della
sensibilità e educazione dei clienti, magari sostenuta da qualche intervento normativo,
aiuterà ad avviare il cambiamento necessario.

Il processo di digitalizzazione è stato fortemente accelerato dal Covid.
Non
crede che questo processo porti con sé il rischio di ‘lasciare indietro’ le aziende più piccole e favorire quelle più grandi e strutturate?

La digitalizzazione è un’opportunità per tutti, non solo per i grandi. È chiaro
che la tecnologia o è sostenuta da una riflessione strutturata che parta dai vertici
dell’azienda ripensando i modelli, o rischia di diventare l’ennesimo gadget tecnologico
privo di una vera rilevanza. Sicuramente non tutti trovano immediato il passaggio al
digitale, ci sono aziende più o meno propense a evolvere in questo senso.
Il covid ha spinto a una riflessione creativa sull’utilizzo della tecnologia. Creerà nuovi
modelli, nuove funzioni e ruoli organizzativi, migliorerà i processi di molte industries.
Ma, in mancanza di una maggiore consapevolezza, la digitalizzazione corre il rischio di
essere interpretata solo come una occasione per incrementare la produttività disperdendo
la formidabile opportunità di trasformazione dei modelli di business in chiave sostenibile.
In questo senso, tornando al tema delle tutele, pensate alla sfida per le organizzazioni dei
lavoratori: come posso rappresentare efficacemente i diritti di una persona se questa è
semplicemente un indirizzo IP di una rete? Come posso promuovere la solidarietà tra
colleghi che non conosci o che conosci solo da remoto?

A proposito di sindacati, il passaggio al digitale richiederà nuove forme di
tutela per i lavoratori ‘da remoto’.

Mi aspetto che almeno una parte di chi lavora in remoto possa rivendicare
trattamenti salariali migliori o quantomeno nuovi diritti. Perdonami la provocazione, ma
il ragionamento è abilitare processi di lavoro in cui si premia il contenuto della prestazione
e non le modalità con cui questa è erogata. L’organizzazione del lavoro è ancora oggi
prevalentemente di stampo tayloristico, ma questo rende fondamentalmente molto
difficile trasferirla in digitale, bisognerebbe ripensare i rapporti employer-employee e
modificare i criteri di valutazione della prestazione. Questo è un cambiamento che mette
a rischio modelli organizzativi fortemente consolidati e che richiede una maturità
manageriale difficile da trovare, soprattutto in un Paese caratterizzato da molte piccole
imprese, come l’Italia.
Spesso le aziende dimensionalmente più piccole non riescono a esprimere una cultura di
management promotrice della digitalizzazione: guarderei all’esempio di alcune Aziende
più grandi che stanno tentando di costruire un evidente vantaggio competitivo cavalcando
questa opportunità.

Vogliamo concludere con una sua riflessione. Cosa significa sostenibile?

Fammi rispondere con uno slogan: sostenibile significa il prezzo giusto. Il
prezzo giusto per me, per il consumatore, per chi mi ha fornito la merce o i servizi, per
l’ambiente. Il giorno che riusciamo ad avere il prezzo giusto, il meccanismo è sostenibile.
Significa che ha la giusta remunerazione chi ha raccolto il pomodoro nel campo, ho il
giusto margine io che te lo vendo, hai tu il giusto prezzo per consumarlo, l’impatto per la
società e l’ambiente è accettabile.

 

Di Matteo Daniele Turato  Eleonora Verbaro

Matteo Turato
teoturato95@live.com