La gestione dell’emergenza coronavirus nella Regione Veneto: un caso virtuoso di policy-making | Luiss Finance Club
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La gestione dell’emergenza coronavirus nella Regione Veneto: un caso virtuoso di policy-making

La gestione dell’emergenza coronavirus nella Regione Veneto: un caso virtuoso di policy-making

Come ha fatto una delle Regioni più colpite dalla pandemia ad evitare il peggio.

 Sono passati all’incirca due mesi dall’inizio dell’epidemia in Italia e il nostro Paese si trova ormai alle soglie della cosiddetta “Fase 2”, nella quale – auspicabilmente – ci sarà concesso di godere di maggiori libertà personali al sicuro da minacce di infezione.
Se cerchiamo di tracciare un primo bilancio delle scelte compiute dai decisori nazionali e locali, si fa largo prepotentemente il caso di una Regione del Nord-Est – il Veneto, per l’appunto – dove la diffusione del contagio, seppur in anticipo rispetto al resto d’Italia e con numeri assolutamente preoccupanti, è stata prontamente arginata.

Il numero dei contagi in Veneto per Provincia; fonte: Sole24Ore.

 

È vero che la geografia e certe caratteristiche dei territori (come la temperatura, i livelli di umidità o la presenza o meno di polveri sottili nell’aria) potrebbero aver fortemente indebolito o accentuato la forza del virus. Ciò nonostante, questo non spiegherebbe come due territori nei quali l’epidemia è scoppiata più o meno contemporaneamente, rispettivamente Lombardia e Veneto, abbiano riscontrato livelli molto diversi di gravità.
Il discrimine tra il Veneto e le confinanti Regioni settentrionali, prima fra tutte la Lombardia, è quindi da ricercare nelle decisioni politiche che sono state prese per affrontare l’emergenza.
Concentriamoci quindi su alcuni dei fattori e delle scelte che, secondo alcuni analisti, hanno maggiormente contribuito a contenere il contagio in Veneto, in particolare: la chiusura immediata dell’ospedale di Schiavonia e del comune di Vo’; la predisposizione anticipata di una larga quantità di tamponi; le modalità di ricovero scelte e la scelta di impostare il funzionamento del sistema sanitario regionale a livello territoriale.

La chiusura immediata dei focolai

Alla firma del Governo del decreto che stabiliva l’isolamento dei Comuni di Vo’ e Codogno, la Regione ha accompagnato la chiusura dell’ospedale di Schiavonia, nel quale era precedentemente stata accertata la prima morte per coronavirus.
A una mancata chiusura avrebbe potuto far seguito il formarsi di ulteriori focolai nelle aree circostanti

Il numero dei tamponi

Altra decisione di policy decisamente avveduta è stata quella di provvedere immediatamente, all’indomani delle indicazioni dell’OMS sui protocolli per individuare le infezioni da coronavirus, ad acquistare un numero di reagenti sufficiente a eseguire 500.000 tamponi.
Un fattore che ha certamente giocato a favore di questa strategia è stata l’abilitazione dei laboratori dell’Università di Padova a produrre autonomamente i reagenti.
Questa scelta di policy ha in definitiva permesso alla Regione di mettere a punto una mappa dei contagi molto più scrupolosa rispetto a quelle delle Regioni confinanti, ugualmente colpite dall’epidemia. Ciò ha consentito di limitare i contagi e di gestire i casi esistenti con maggiore accortezza.

I ricoveri

Il terzo motivo per cui è possibile affermare che la Regione Veneto abbia gestito meglio di altre l’emergenza coronavirus è legato al criterio di ricovero adottato, giudicato dagli esperti in politiche della sanità come il più adeguato.

La variazione dei contagi in Veneto divisa per la formula di cura adottata; fonte: Sole24Ore.

 

Se facciamo un confronto con la Lombardia (dove si sono riscontrati i primi focolai in Italia), ci si rende conto di come il Veneto abbia preferito, laddove possibile, somministrare cure domiciliari ai pazienti infetti piuttosto che ricorrere all’ospedalizzazione.

La differenza di forme di cura adottate tra le prime cinque Regioni per numero di casi positivi di coronavirus, si vede chiaramente come il Veneto abbia scelto di limitare al massimo i ricoveri ospedalieri, ritenuti pericolosi fattori di contagio; fonte: Sole24Ore.

 

I più attenti a questo punto potrebbero domandarsi se il grande numero di positivi in isolamento domiciliare non sia dovuto al semplice fatto che in Veneto sono stati effettuati più tamponi rispetto alle altre Regioni. Questo è certamente vero da un lato; dall’altro, se confrontiamo gli stessi dati ma in corrispondenza delle prime fasi dell’esplosione dell’epidemia, notiamo come la differenza nei tipi di cura somministrati sia abbastanza netta: ciò è evidente guardando, per esempio, alla Lombardia, che al contrario del Veneto ha ricorso a una massiccia ospedalizzazione.

Il territorio e l’importanza ad esso attribuita

Tuttavia, l’elemento forse più importante nella lotta all’epidemia della Regione Veneto (e nell’impostazione generale del suo sistema sanitario regionale) può essere individuato nel ruolo di privilegio accordato dalla Regione alle cure territoriali.
Negli ultimi anni, infatti, l’invecchiamento demografico e l’aumento della cronicità, considerate le due più grandi sfide per il nostro SSN in termini di sostenibilità finanziaria, hanno portato a tentativi di superamento del più classico modello ospedalo-centrico a favore dell’ampliamento dell’assistenza sul territorio.
Questa strategia è stata attuata sia con la creazione di nuove strutture decentralizzate, ma anche attraverso una maggiore collaborazione coi medici di medicina generale, che rappresentano il “cancello d’ingresso” del SSN.
Il Veneto si è fatto promotore di questa linea, detta della “continuità assistenziale”, scelta che ha sicuramente consentito alla Regione di contrastare al meglio l’epidemia.
Un altro fattore legato al territorio è la differente densità abitativa regionale: il Veneto è notoriamente – al contrario di altre Regioni italiane – una realtà di piccoli centri sparsi per tutto il territorio che non presenta grandi agglomerati urbani e industriali (com’è invece il caso in Lombardia). La minor concentrazione demografica potrebbe quindi aver costituito un fattore di ritardo del contagio.

La storia del Veneto

Per concludere il nostro articolo, ci piacerebbe spingere la nostra analisi a un livello più speculativo che analitico, includendo anche una possibile prospettiva storica alla gestione dell’emergenza sanitaria.
In questo senso, si potrebbe pensare che esista una qualche linea di continuità tra l’accorta gestione veneta dell’emergenza Covid-19 e il governo delle epidemie nella Repubblica di San Marco.
Durante le fasi finali del Medioevo e lungo tutto il Rinascimento, l’Europa fu affetta da una grande quantità di epidemie più o meno devastanti ed estese.
Tra i vari Stati dell’epoca, la Serenissima si contraddistinse per la sua accortezza nel controllare l’impatto delle malattie epidemiche; conferma di tale abilità è testimoniata anche dalla lingua italiana: il termine quarantena deriva infatti dall’idioma veneto e sta a indicare il periodo di quaranta giorni di isolamento che veniva imposto a tutti i naviganti provenienti da regioni in cui veniva attestata la presenza di un focolaio di peste che facessero porto nei territori della Repubblica.
Con questo appunto finale, si potrebbe forse affermare che lo spirito di accortezza dei veneti nel prevenire le pandemie, fino ad oggi, sembra non essere venuto meno.

 

Di Emanuele Renda

Giacomo Damiani
damiani.giacomo@gmail.com