La disuguaglianza: un nemico da conoscere, capire e sconfiggere | LFC Finance Club
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La disuguaglianza: un nemico da conoscere, capire e sconfiggere

La disuguaglianza: un nemico da conoscere, capire e sconfiggere

Gennaio 2016 passerà alla storia come un mese a dir poco “particolare” per l’economia mondiale. Tanto i listini Asiatici quanto quelli Europei hanno sofferto ingenti perdite dovute sia al rallentamento della crescita economica in Cina, prevedibile risultato di una non facile transizione da economia industriale a economia dei servizi, sia ad una fuga di capitali verso quegli investimenti classificati come “safe haven” (Oro, Franco Svizzero, Bond Americani). Il petrolio ha guadagnato, di diritto, un posto nella nazionale panaraba di tuffi per le sempre più vicine Olimpiadi di Rio 2016, cosa non molto gradita alla Russia, che vede il suo Rublo deprezzarsi verso livelli sempre più bassi.

Credo, però, nella mia modestissima conoscenza economico-finanziaria, che il dato più preoccupante riguardo l’attuale condizione economica mondiale non sia nessuno dei sopracitati, ne  da ricercare in quei temi più “mainstream” nell’attuale dibattito economico. Ritengo, infatti, che il dato più preoccupante rilasciato in questi primi 20 giorni del 2016 riguardi la continua crescita della disuguaglianza economica a livello mondiale.

L’OXFAM, una delle più importanti confederazioni internazionali nel mondo, specializzata in aiuto umanitario e progetti di sviluppo, ha diramato, in data 18 Gennaio 2016, un preoccupante studio dal titolo “Un’economia a servizio dell’1 per cento” (https://www.oxfam.org/en/research/economy-1). L’associazione usa questo documento come manifesto per denunciare come l’1% della popolazione mondiale detenga un patrimonio equivalente a quello del restante 99% della popolazione, un dato a mio parere shoccante e al tempo stesso allarmante.

Trovo ancora più preoccupante la notevole accelerazione nel tasso di crescita della disuguaglianza negli ultimi 5 anni. Nel 2010 le 338 persone più ricche al mondo possedevano un patrimonio pari a quello della metà più povera della popolazione mondiale, approssimativamente 3,4 miliardi. Nel 2015 la medesima porzione di  ricchezza mondiale, ovvero quella del più povero 50% della popolazione, era detenuta da 62 individui. La matematica non mente, 62 è meno di un quinto di 338; il 50% della popolazione è passato da 3,4 a 3,6 miliardi. La rivista statunitense Forbes, ha trovato inoltre che il patrimonio dei 62 uomini più ricchi del mondo, è aumentato del 44% dal 2010 al 2015, mentre la ricchezza aggregata del più povero 50%, è diminuita del 41%.

Leggendo questi dati mi è ritornato in mente un bellissimo libro del premio Nobel Joseph Stiglitz, “The price of inequality”, il costo della disuguaglianza. In questo libro, scritto nel 2011, durante le Primavere Arabe e le manifestazioni anti-austerity nell’Europa Periferica (Grecia, Spagna, Italia, Portogallo), Stiglitz si lancia in un accorato attacco del sistema politico Americano, colpevole, a suo parere di aver stimolato, tramite anni di politiche fiscali volte a detassare i guadagni dei maggiori contribuenti, una continua ricerca della rendita da parte degli imprenditori statunitensi. E’ in questa ricerca della rendita che Stiglitz indica la causa prima del deterioramento della concorrenzialità nel mercato americano, avente come più dirette conseguenze la progressiva scomparsa del ceto medio e l’inasprimento della disparità di ricchezza tra le classi meno abbienti e gli alti strati della società americana. Sempre secondo Stiglitz è all’aumento della disuguaglianza che si possono ricondurre tanto la diminuzione della produttività negli Stati Uniti quanto le crescenti tensioni sociali interne all’America.

L’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, in uno studio pubblicato nel 2014 (http://www.forbes.com/sites/eriksherman/2014/12/09/income-inequality-hurts-economic-growth/#2715e4857a0b3deaefd361d6), attesta chiaramente la possibilità di “esportare” al di fuori dei confini Americani il ragionamento fatto da Stiglitz riguardo allo stretto rapporto tra disuguaglianza e crescita economica di una nazione.

Da questa ricerca emerge, chiaramente, l’esistenza di una correlazione negativa tra il  Coefficiente di Gini, un parametro volto a misurare quantitativamente il livello di disparità del reddito in un paese (https://it.wikipedia.org/wiki/Coefficiente_di_Gini) , e la produttività dello stesso. Tra il 1990 e il 2010 l’incremento medio di 3 punti del suddetto coefficiente ha determinato una perdita dello 0.35% nel tasso di crescita annuo del PIL, provocando, nel medesimo periodo, una perdita totale pari all’8,5% del PIL potenziale.

L’OCSE vede nell’impossibilità di accedere ad una corretta educazione la maggior causa della perdita di crescita potenziale. Ragionando appare chiaro come un inasprimento delle condizioni di vita della classe povera porti le stesse a rivolgere meno attenzione all’educazione, preferendole l’immediato ingresso nel mondo del lavoro, generando, così, una classe di lavoratori non educati e, dunque, meno produttivi.  La teoria ci insegna che crescita economica si fonda su due fattori: R&D (Research and Development) e accumulazione di Capitale Umano. Andando a diminuire il livello di formazione dei lavorati si viene a generare una discrepanza tra tasso reale e tasso potenziale di crescita del PIL. Questa condizione di “sottoimpiego” delle capacità produttive di un Paese genera, nel lungo periodo, una sostanziale differenza tra PIL Reale e PIL Potenziale, è bene, infatti, ricordare che il PIL risponde in modo esponenziale a variazioni del tasso di crescita. Se il tasso di crescita del PIL si discosta fortemente da quello potenziale, avremo un progressivo aumento del tasso di disoccupazione, il quale, a sua volta, porterà ad una diminuzione della domanda aggregata, meno si guadagna meno si consuma, elementare.

Le aziende, poste davanti ad una drastica riduzione della domanda, diminuiranno la produzione, riducendo, così, il numero di lavoratori impiegati. E’ chiaro, dunque, che si verrà a creare una sorta di spirale deflazionistica, un circolo vizioso disoccupazione-domanda-produzione che renderà necessario l’intervento dell’autorità pubblica per risanare l’economia. Concentrarsi unicamente sulle ricadute economiche della crescente disuguaglianza sarebbe, a mio parere, riduttivo e fuorviante. Al fine di poter comprendere a pieno la drammaticità quadro delineato dall’OXFAM  dobbiamo aver chiare anche le ricadute sociali di una così asimmetrica distribuzione del reddito.

Se alle persone meno abbienti non viene concessa la possibilità di esprimere a pieno le proprie potenzialità, se esse sono costrette a vivere in condizioni quanto mai umilianti, spesso ben al di sotto della così detta Soglia di Povertà, mentre i più ricchi continuano ad accumulare ingenti fortune, a volte derivanti da comportamenti “socialmente sbagliati”, e i governi non attuano alcuna politica volta a ricercare una più equa distribuzione della ricchezza, allora, come già teorizzato dall’economista K. Marx nei suoi scritti di metà XIX secolo, una Rivoluzione Sociale pare essere inevitabile.

Pensiamo alle Primavere Arabe del 2011, sia l’Egitto di Mubarak che la Tunisia di Ben Ali erano economie in forte crescita, tanto economica quanto demografica. Ma, mentre l’élite vedeva il proprio tenore di vita aumentare a dismisura, nessun cambiamento era riscontrabile nelle condizioni di vita delle classi meno agiate. La crescente rabbia sociale esplose, infine, nella così detta Primavera Araba, generando una situazione di forte instabilità politica nell’intero Nord-Africa. Instabilità, questa, ancora oggi persistente nella regione.

Sarebbe un errore pensare che l’Occidente sia immune da tali tensioni, ricordiamoci, infatti, l’esplosione, tra il 2009 e il 2011, dei movimenti Anti austerity in Europa e Occupy negli USA. Da segnalare anche il crescente peso politico che, negli ultimi, è stato guadagnato da quei partiti politici i cui programmi contano una forte  pars destruens e una quasi nulla pars construens (Proposta di riforme strutturali). Pensiamo a Podemos, in Spagna, o a  M5S e Lega, in Italia, tutti partiti, capaci di far leva sulle masse grazie ad una continua critica a quelle politiche governative colpevoli, a loro avviso, di aumentare la disuguaglianza sociale permettendo ai ceti più ricchi di accumulare sempre maggiori matrimoni a scapito delle classi sociali più povere.

Voglio concludere con una personalissima riflessione riguardante un tema che mi è così a cuore. Ho deciso di scrivere questo articolo per portare agli occhi di tutti noi studenti il peso di questa piaga economico-sociale che è la disuguaglianza, il mio obbiettivo? Rendere chiaro a chi mi leggerà che sta a Noi, futura classe dirigente, il compito di tracciare una nuova strada per l’economia mondiale. Una strada che, a mio parere, dovrà portare allo sviluppo di un nuovo capitalismo, un Capitalismo Sociale, dove a tutti, dal più povero al più ricco, sarà concessa la possibilità di esprimere le proprie possibilità

 

Di Pierluigi Vallarino