Yahoo!: storia di un fallimento? | LFC Finance Club
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Yahoo!: storia di un fallimento?

Yahoo!: storia di un fallimento?

Correva l’anno 1994 e tra le aule dell’Università di Stanford nasceva la via maestra per accedere ad internet o meglio, una delle più grandi e rivoluzionarie web company che la storia abbia conosciuto, Yahoo!. Primo e vero esempio di startup in grado di scalare il mercato a ritmi vertiginosi, primo modello di business, gestione e crescita contemporaneo. Flotte di top managers sono passati per i suoi uffici, da Katie Jacobs Stanton a Mike Murphy. Gli stessi Gideon Yu, affermato guru della tecnologia e attuale co proprietario dei San Francisco 49ers e Paul Graham fondatore di Y Combinator (il più importante acceleratore seed di business al mondo, artefice del successo di società quali Dropbox, Airbnb, Stripe, Coinbase e Reddit) hanno conosciuto da vicino la società californiana. Anche Facebook prima di decollare verticalmente è ricorsa ad essa, scippando al colosso “viola” diverse personalità. Ad oggi non c’è un unicorno (n.d.r startup con valutazione di oltre 1 miliardo) nella Silicon Valley che non annoveri tra le sue fila ex dipendenti di Yahoo.

Nonostante ciò, quello che un tempo era considerato un faro, un modello da seguire, ben presto si è trasformato in un trabiccolo trasandato, affossato da quelle piccole e veloci realtà che incessantemente emergevano attorno ad esso. Proprio queste, con il loro avvento, hanno fortemente frenato la sua capacità di evolversi e stare al passo con i tempi. Troppo indietro rispetto a Google e Youtube, travolto da Facebook, Twitter e Instagram. Basti pensare che dal 2007 al 2012 si sono succeduti ben sei Amministratori Delegati nel tentativo di risollevare il colosso di Sunnyvale.

Ultimo fra tutti Marissa Mayer, personalità ben conosciuta (n.d.r, è stata tra i primi 20 dipendenti di Google), che è salita al vertice di Yahoo verso fine 2012. Sotto la sua guida il colosso ha effettuato numerose e importanti acquisizioni, ovvero ben 48 sino ad oggi. Dalla tanto osannata applicazione Summly, acquistata per 30 milioni di dollari, sino al popolare portale per teenagers Tumblr per cui sono stati spesi circa 1,1 miliardi di dollari. Infine, tra quelle recenti, BrightRoll comprata per ben 640 milioni di dollari. Se consideriamo le acquisizioni totali (114) effettuate da Yahoo dal 1997 ad oggi, quasi la metà sono passate per la scrivania della Mayer in meno di tre anni. Da qui il termine “Cura Mayer”, in quanto a tutti sembrava che l’ormai obsoleto “gigante viola”, grazie a questa nuova immissione di linfa verde, stesse cambiando passo. Il caso volle inoltre, che nello stesso periodo, gli investimenti fatti con lungimiranza anni prima, iniziassero finalmente a fruttare. Primo e più famoso, quello di Alibaba, società Cinese che nel 2014, con una IPO da record, ha garantito a Yahoo un tesoretto di oltre 9,4 miliardi di dollari, che si vocifera abbia intenzione di reinvestire in Snapchat. Fantastico diremmo, non proprio. Ad Aprile 2015, gli utili crollano, 21 milioni di dollari rispetto ai 310 milioni del primo trimestre 2014. Si registra così un calo del 93%: è crisi profonda. Si inizia a parlare di nuovi tagli, forse della stessa forma di quelli avvenuti nel 2012 sotto la guida di Scott Thompson. I mesi successivi sono un alternarsi tra managers in fuga e fondi d’investimento fortemente critici verso la dirigenza. Gli stessi azionisti esortano la cessione a breve termine di alcune attività Internet, altri propongono un forte ridimensionamento della società, proponendo sostanziosi licenziamenti e vendita della sede principale.

Comunque non tutto è perduto. Realisticamente parlando, esistono ancora due tortuose ma possibili alternative. La prima è vendere la quota rimanete in Alibaba, ottenere una liquidità di circa 30 miliardi di dollari e reinvestirla in un progetto di rilancio, opzione tuttavia molto lenta e complicata. La seconda è creare una nuova azienda nella quale travasare le azioni di Alibaba, ipotesi che potrebbe rivelarsi molto costosa a causa delle tasse, o meglio dell’eventuale tassazione in quanto non è ancora chiaro se un’ operazione del genere debba essere tassata o meno. In entrambi i casi le scelte non saranno indolori.

Nel frattempo la Mayer continua ad essere sotto una pioggia incessante di critiche, ultima fra tutte, l’aver speso 7 milioni di dollari per festeggiare i 20 anni della società con una serata in stile Grande Gatsby. Cifra che nell’ottica generale non è poi così grande visti i 450 milioni di dollari offerti in cibo dal suo arrivo e i 9,3 milioni di dollari spesi per gli iPhone dei suoi dipendenti. Incoscienza o semplicemente fattore Silicon Valley? Squali come Rupert Murdoch attendono i risvolti, nella speranza di fare l’ennesimo buon affare. La Mayer? Se “scaricata” riceverà una buonuscita superiore ai 50 milioni di dollari (tra cash e azioni), soldi che andranno a sommarsi agli oltre 170 milioni già incassati sino ad ora con lo stipendio.

Di Valerio Durazzo