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Al G7 accordo storico su tassa minima globale, ma la strada è piena di interrogativi

Al G7 accordo storico su tassa minima globale, ma la strada è piena di interrogativi

“Sono felice di annunciare che il G7 dei Ministri delle Finanze oggi, dopo anni di confronto, ha raggiunto un accordo storico per riformare le tasse internazionali al fine di renderle adeguate al mondo digitale e soprattutto per renderle giuste in modo che determinate imprese paghino le giuste tasse nelle corrette nazioni”. Con queste parole il Cancelliere del Tesoro britannico Rishi Sunak, padrone di casa, ha salutato favorevolmente l’accordo preso dai Ministri delle Finanze dei sette maggiori Stati economicamente avanzati del pianeta – Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America – riuniti a Londra il 5 giugno, per la prima volta dal vivo da quando la crisi del coronavirus ha imposto lo svolgimento di sole teleconferenze.

L’accordo prevede l’adozione di un’aliquota minima globale (global minimum tax)del 15% sui profitti delle imprese multinazionali e si pone come obiettivo quello di eliminare, o almeno limitare, il problema dell’elusione fiscale delle Big Tech e del fiscal dumping. In questo modo si intende scoraggiare le società multinazionali dal trasferire i profitti – e le entrate fiscali – verso i Paesi a bassa tassazione, i cosiddetti “paradisi fiscali”, indipendentemente da dove vengono effettuate le vendite.

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha commentato “con grande soddisfazione l’accordo sulla tassazione delle multinazionali raggiunto a Londra” definendolo come “un passo storico verso una maggiore equità e giustizia sociale”. A parlare è stato anche il commissario Ue Paolo Gentiloni, che ha descritto l’intesa in termini di “un grande passo verso un accordo globale senza precedenti sulla riforma della tassazione delle imprese”. La segretaria al Tesoro Usa Janet Yallen sottilinea, inoltre, la portata di un “impegno senza precedenti che metterà fine alla corsa al ribasso durata 30 anni nella tassazione delle società, assicurando equità per i lavoratori negli Stati Uniti e in tutto il mondo”. Allo stesso modo anche il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire parla di “accordo storico”, ribadendo anche che “la Francia può esserne orgogliosa”.

In realtà tale accordo rientra in un più ampio comunicato del Group of Seven (G7) che riguarda l’armonizzazione delle politiche internazionali su aspetti diversificati come la gestione della pandemia, la somministrazione dei vaccini, i debiti dei Paesi in via di sviluppo e tantissimi altri punti cruciali. Tuttavia, a rubare la scena è proprio la corporate tax con la sua sfida di redistribuzione del gettito fiscale tra gli Stati e di lotta all’elusione fiscale delle multinazionali.

La proposta del G7 sulla tassazione delle imprese si fonda su “due pilastri”, fa sapere il ministro dell’Economia Daniele Franco a margine della riunione di Londra. Il primo riguarda un’aliquota globale minima pari ad almeno il 15% adottando il criterio “country by country”: così se ad esempio un’azienda italiana ha la propria residenza fiscale in Irlanda, che attualmente impone una tassazione sulle imprese del 12,5% – inferiore alla tassa minima del 15% – il restante 2,5% dovrà essere pagato dall’azienda alle casse italiane. In questo modo a livello globale la multinazionale pagherà almeno il 15% dei suoi utili. Il secondo pilastro fa invece riferimento all’introduzione di una tassa di almeno il 20% dei profitti da corrispondere al Paese in cui l’impresa opera – anziché nel Paese in cui ha sede fiscale l’impresa – per le maggiori imprese globali, con margini di profitto di almeno il 10%. I Paesi in cui le società conseguono i profitti avranno quindi il diritto di tassare il 20% sui profitti globali al di sopra di tale soglia nel tentativo di raggiungere una soluzione equa sull’assegnazione dei diritti di imposizione fiscale. Portando a tassazione i redditi dei colossi digitali anche in parte sul luogo di realizzazione dei loro affari, l’obiettivo è infatti proprio quello di sollecitare una maggiore ripartizione del gettito fra Stati.

Il dibattito però è ancora acceso: alcuni Paesi – come la Francia – vorrebbero alzare il pavimento fiscale ad almeno il 20% degli utili, mentre l’EU Tax Observatory, letteralmente “Osservatorio fiscale europeo”, crede che risulterebbe ancor più efficace aumentare ulteriormente la tassazione al 25%. Lo stesso Osservatorio ha calcolato che la proposta della tassazione al 15% delle grandi società può generare per gli Stati Uniti un gettito fiscale ulteriore pari a 40,7 miliardi di euro all’anno mentre gli Stati membri dell’Unione Europea riuscirebbero a raccogliere 48,3 miliardi di gettito in più. Per l’Italia, precisa il ministro Daniele Franco, sono stimati 2,7 miliardi di nuove entrate fiscali. L’Irlanda –  il Paese più colpito – dovrebbe invece subire perdite sugli introiti dal fisco pari a 2 miliardi di euro.

L’accordo sembra essere strutturato per tenere sotto controllo due delle dinamiche che stanno rendendo la tassazione delle multinazionali molto controversa. Parliamo della corsa verso il basso dell’imposizione fiscale per le imprese, che genera una concorrenza spietata tra nazioni per accaparrarsi le multinazionali e costringe gli Stati ad aumentare le imposte sulle persone fisiche, e dei due fenomeni cardine del nuovo millennio: globalizzazione e digitalizzazione. La globalizzazione, infatti, ha reso molto semplice per le imprese spostare la propria residenza fiscale in nazioni più vantaggiose per il fisco, così come con l’avvento dell’economia digitale si è favorita la proliferazione di “prodotti intangibili”, che senz’altro per loro natura rendono problematica la tassazione delle Big Tech. Le stime dell’Ocse sull’elusione fiscale suonano in tal senso come un campanellino d’allarme: i comportamenti delle imprese volti ad eludere i tributi avrebbero generato secondo l’Organizzazione tra i 100 e i 240 miliardi di mancata riscossione di tasse per le nazioni.

Facendo un passo indietro nel tempo, il dibattito internazionale sull’elusione dei giganti digitali è partito già nel 2008, all’indomani della crisi finanziaria globale, e in questi anni sono stati compiuti dei grandi passi verso tale direzione. Un esempio è rappresentato dal Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), un programma di pianificazione fiscale introdotto dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) volto ad affrontare le sfide fiscali dell’economia digitale e frenare l’erosione della base imponibile, includendo 139 Paesi di tutto il mondo. Un più recente tentativo di arginare i comportamenti delle grandi aziende tecnologiche è stato messo in atto da alcuni Paesi – tra cui Francia come capofila, ma anche Spagna e Italia – introducendo una “Digital tax”, una tassa cioè che si basa sul fatturato delle multinazionali, anziché sull’utile, e pertanto considerata anticoncorrenziale e molto criticata soprattutto dagli Usa, che per questo motivo hanno imposto dazi – sospesi il 2 giugno – per sei Paesi, compresa l’Italia. La Digital tax o Web tax che dir si voglia, tuttavia, ha avuto un’efficacia molto discutibile. Lo dimostrano i 233 milioni recuperati dal fisco italiano nel 2020, irrilevanti rispetto a un bilancio pubblico che conta 800 miliardi di euro, e molto lontani dai 780 milioni stimati dal Mef.

Un’accellerata nel processo di armonizzazione fiscale sulle multinazionali potrebbe aversi proprio con l’introduzione della global minimum tax, la cui iniziativa è probabilmente collegata alla necessità per gli Stati di ricercare nuove fonti di entrate per rispondere agli stimoli dell’economia e coprire i buchi di bilancio che si sono enormemente allargati durante questo anno di pandemia.

Nonostante però i Ministri delle Finanze al G7 del 5 giugno abbiano firmato un accordo di portata storica dal punto di vista politico che apre alle più favorevoli prospettive, non mancano dubbi e criticità che rendono l’esito della manovra incerto. Uno di questi è la natura non vincolante dell’accordo: a oggi l’intesa sul pavimento fiscale è basata su principi, e potrà diventare vincolante soltanto qualora sia ratificato dai singoli Paesi del G7, dopo una discussione tra i capi di governo. Si tratta poi di un’intesa stabilita (soltanto) dai ministri di 7 Paesi, che dovrebbe quindi essere portata all’attenzione delle altre nazioni del mondo. Non è assolutamente scontato, infatti, che tale iniziativa venga accolta positivamente da tutti gli altri governi, a causa delle evidenti divergenze nelle declinazioni dei sistemi di leggi in materia fiscale. Per questo motivo si tenterà di raggiungere un accordo più ampio al G20 dell’8-11 luglio che si terrà in Italia, a Venezia, e a cui parteciperà anche la Cina, al momento una vera e propria incognita circa l’adesione all’iniziativa. Se la riforma fiscale vedrà il parere positivo delle 20 economie più avanzate, allora potrà in un secondo momento essere portata sul tavolo dei 139 Paesi che si sono detti favorevoli all’adozione della proposta dell’Ocse sul BEPS.

Esistono anche problemi più tecnici all’attuazione della tassa minima globale. Anzitutto diventerebbe necessario armonizzare numerose leggi fiscali tra Paesi che presentano standard molto diversi tra loro. Un’altra questione aperta – forse la più importante – riguarda la determinazione della base imponibile, ossia come viene calcolato il reddito su cui l’aliquota si applica. Nel definire la base imponibile sorgono una serie di problemi specifici: la definizione dei profitti, le regole operative per il transfer pricing e per i beni intangibili – brevetti, diritti d’autore, software – oltre alla determinazione di un criterio di distribuzione geografica della base. A questo riguardo, diventando le economie sempre più digitali, vi sono buone ragioni per considerare gli intangible all’interno della base imponibile in quanto contribuiscono a generare – assieme al trasferimento di dati – valore aggiunto per le multinazionali digitali.

Bisogna inoltre chiedersi se e quali variazioni al disegno complessivo dei sistemi tributari produrrà questo accordo. Oggi l’aliquota media sul reddito d’impresa nei Paesi Ocse è del 21,5% e, nelle giurisdizioni a più bassa tassazione – come l’Irlanda, l’Ungheria e la Svizzera – l’aliquota è del 12,5% o quantomeno non si discosta dal 10%, quindi non molto lontana dai 15. Da questo si può capire come l’introduzione del pavimento fiscale al 15% inciderebbe soltanto su un esiguo numero di Paesi, a meno che non venga definita la base imponibile in modo da coinvolgere qualche altro Stato. Probabilmente tale misura avrà anche l’effetto, per i Paesi al di fuori dell’Ocse, per i quali la concorrenza fiscale – assieme al costo del lavoro basso – rappresenta spesso uno dei pochi mezzi a disposizione per attirare capitali, di non veder ridotto il ritardo accumulato rispetto agli altri Stati.

Figura 1. Aliquote d’imposta sulle imprese nei Paesi Ocse. Anno 2020 (Fonte: Elaborazione su dati Oecd)

È interessante considerare anche che una parte del maggior gettito stimato per l’Italia – 2,7 miliardi – dovrebbe provenire non dai giganti digitali ma dalle multinazionali italiane che pagano i profitti all’estero, alcune delle quali sono oltretutto a maggioranza pubblica, come l’Eni che è presente in 72 Paesi e dovrebbe aggiungere circa 171,5 milioni per la minimum tax ai già poco più di 4,73 miliardi pagati al fisco nel 2019, o l’Enel, che vedrebbe incrementare le proprie tasse di 356,3 milioni da aggiungere ai 1,91 miliardi già versati nelle casse di 15 Paesi.

Un altro aspetto da tenere sotto osservazione è che le Big Tech già pagano ai Paesi una percentuale sugli utili molto vicina al 15% in termine di imposte. Google Alphabet ha registrato nel bilancio 2020 un’imposizione fiscale pari al 16% degli utili prodotti. Per le grandi multinazionali tecnologiche potrebbe dunque non cambiare nulla o quasi nulla dall’accordo. Questo aiuta a comprendere come l’intesa del G7 a Londra si concentri più su una redistribuzione del gettito fiscale piuttosto che su un sostanziale incremento nella tassazione delle società multinazionali.

AziendaFatturatoUtile ante imposteImposizione fiscalePeso sull’utile
Amazon386.064.00024.178.0002.863.00012%
Facebook85.965.00033.180.0004.034.00012%
Alphabet (Google)182.527.00048.082.0007.813.00016%
Apple274.515.00067.091.0009.680.00014%
Figura 2. Peso dell’imposizione fiscale sull’utile. Anno 2020 (Fonte: Elaborazione dati Yahoo Finance)

Vi è il rischio, infine, che la corporate tax possa essere trattata come un costo dalle multinazionali e conseguentemente essere traslata sul consumatore in termini di aumento dei prezzi al consumo. Questo potrebbe avvenire soprattutto per le imprese che godono di un elevato potere di mercato, quali Amazon, Google, Facebook e Apple, la cui domanda di prodotti sarebbe soltanto lievemente interessata dall’incremento di prezzo dei prodotti.

Ancora molti quindi i dettagli da definire, compresi i criteri che determineranno quali multinazionali dovranno rientrare nel nuovo sistema di tassazione. La linea tracciata sembra essere quella giusta, permettendo di costruire una base comune più solida, equa e giusta tra le nazioni in materia fiscale. Tutto dipenderà da come e quando si deciderà di implementare questo nuovo apparato fiscale. A tal proposito, sembrano necessari diversi anni prima di poter definitivamente applicare la nuova tassa minima globale alle multinazionali, come sottolineato dal ministro Daniele Franco. Per tutti questi motivi, il nuovo apparato richiederà un forte coordinamento internazionale a partire dalla prossima riunione veneziana al G20 di luglio, quando potrà ottenersi un più esteso sostegno al progetto da parte dei più grandi Paesi del mondo. In questa occasione potrebbero già arrivare alcune risposte agli interrogativi che girano attorno alla nuova riforma fiscale.

A cura di Federico Rotunno

Fonti:

Testo integrale del comunicato: https://www.g7uk.org/g7-finance-ministers-and-central-bank-governors-communique/

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