fbpx

Il crollo della lira turca e l’importanza dell’indipendenza della Banca Centrale

Il crollo della lira turca e l’importanza dell’indipendenza della Banca Centrale

Sabato 20 marzo 2021 il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rimosso il governatore della Banca centrale Naci Agbal, notizia che ha provocato il crollo della valuta nazionale e dei principali indici di borsa.

La lira turca è andata a picco scendendo a quota 8,47 per dollaro e perdendo più del 17% nei confronti della valuta statunitense, avvicinandosi al minimo storico di 8,58 contro dollaro raggiunto il 6 novembre scorso, il giorno prima della nomina di Agbal. Inoltre, il principale indice della borsa di Istanbul, il BIST 100, alla ripresa degli scambi il 22 marzo ha registrato un immediato ribasso del 5% che ha fatto scattare l’interruzione automatica delle contrattazioni grazie ai circuit braker e, nei giorni successivi, ha toccato un minimo con una riduzione di oltre 19 punti percentuali.  

La notizia dell’improvvisa rimozione del governatore della Banca centrale turca ha causato vendite anche nel mercato del reddito fisso: le obbligazioni turche a 10 anni hanno visto crollare il loro prezzo ed aumentare il loro rendimento fino al 7,45%. Non sorprende neanche il balzo di 155 basis point dello spread sui credit default swap quinquennali, in quanto espressione del costo per proteggersi dal rischio di default della Turchia.

La sostituzione del governatore Naci Agbal arriva a distanza di due giorni dalla decisione della Banca centrale di attuare una politica monetaria restrittiva, aumentando il tasso di interesse di riferimento al 19% per contrastare l’inflazione e sostenere la valuta nazionale. Tale incremento di due punti percentuali è andato oltre le aspettative degli economisti e degli investitori che da tempo chiedevano una politica monetaria adeguata all’obiettivo di riduzione dell’inflazione che in Turchia è da anni costante e superiore al 15%. In realtà, già dalla nomina di Agbal avvenuta lo scorso 7 novembre, la lira turca si era staccata dal minimo storico di 8,58 contro il dollaro per arrivare, a distanza di soli quattro mesi, a 6,9 lire per dollaro e diventando la valuta dei mercati emergenti con le migliori prestazioni del 2021: il Governatore sin da subito ha infatti posto fine ad una struttura finanziaria complessa ed ha aumentato il tasso pronti contro termine a una settimana di 625 punti base, con l’obiettivo di mantenere una politica monetaria restrittiva fino al raggiungimento, previsto per il 2023, di un tasso di inflazione pari al 5%.


Figura 1. Lira per US dollar, fonte: Financial Times
Figura 2. Crollo indice BIST 100 (XU100.IS), fonte: finance.yahoo.com

L’operato del governatore della Banca centrale è stato dunque efficace nell’affrontare il problema della stabilità della valuta; ci si chiede pertanto perchè Erdogan l’abbia rimosso dopo solo quattro mesi dal suo insediamento. La risposta è che il presidente turco non condivide l’approccio delle politiche monetarie restrittive, affermando che, contrariamente a quanto enunciano le teorie economiche classiche, gli alti tassi di interesse producano un aumento dell’inflazione: una simile teoria venne sostenuta per la prima volta dai Neo-Fisheriani per i quali, nel lungo periodo, l’inflazione cresce all’aumentare del tasso di interesse nominale, a tasso reale costante. L’aumento generalizzato dei prezzi e la conseguente svalutazione monetaria vanno combattuti, secondo l’autoritario presidente turco, con una riduzione dei tassi di interesse: questo approccio singolare è stato definito dall’economista Jeffrey Halley con il neologismo Erdonomics.

Domare l’inflazione con una politica monetaria restrittiva è di fondamentale importanza per l’economia di un Paese: molti economisti credono che il tasso di inflazione ottimale debba essere basso e stabile, tra l’1 e il 3%, ben lontano dal tasso attuale registrato in Turchia intorno al 15%. Se un’elevata inflazione determinasse soltanto un aumento proporzionale dei prezzi e dei salari (inflazione pura), essa non costituirebbe un grave problema. L’inflazione pura, in realtà, non esiste e pertanto essa causa distorsioni nella distribuzione del reddito, perdita del potere d’acquisto ed un clima di maggiore incertezza che limita la crescita delle attività economiche. La teoria macroeconomica classica spiega come tassi di interesse più elevati, comportando un maggior costo del denaro, riducono il ricorso al credito e quindi la quantità di moneta in circolazione: si riduce, pertanto, la domanda di beni e servizi sul mercato che, a parità di offerta, si traduce in una riduzione generalizzata dei prezzi. Grazie all’applicazione di tali principi, Naci Agbal aveva restituito credibilità e stabilità alla Turchia agli occhi degli investitori.

D’altra parte, non è neanche la prima volta che il presidente Erdogan rimuove i vertici della Banca centrale turca che ha visto l’alternarsi di ben tre governatori nel giro di ventuno mesi. Dopo la sostituzione del governatore Cetinkaya che era stato costretto da Erdogan ad abbassare i tassi di interesse nel 2015, è stato nominato Murat Uysal che è stato obbligato alla medesima imposizione nel luglio 2019. A lui è poi succeduto Agbal, da sempre uomo vicino al presidente tanto da essere eletto nelle liste del suo partito nel 2015 e diventare Ministro delle Finanze. A succedergli è stato chiamato Sahap Kavcioglu, economista ed ex parlamentare del partito di Erdogan, che proprio lo scorso febbraio aveva firmato un articolo sul quotidiano filogovernativo Yeni Safak, in cui sosteneva che la Banca centrale non dovesse attuare una politica monetaria restrittiva in quanto generatrice di maggior inflazione. Gli analisti temono che tale sostituzione possa velocemente erodere i guadagni ottenuti nel mandato, seppur breve, di Agbal e provocare grandi deflussi di investimenti.

La presenza costante ai vertici della Banca centrale turca di uomini vicini al presidente e la sua ingerenza nelle decisioni dei governatori che si sono succeduti non possono che essere letti come il tentativo di Erdogan di prendere il controllo anche di questa istituzione, privandola della necessaria autonomia. Eppure, quando la banca centrale nacque e iniziò la sua attività il 3 ottobre 1931, essa aveva acquisito lo status giuridico di società per azioni proprio per dimostrare che non si trattava di un ente pubblico e che era una istituzione indipendente. Con l’espressione banca centrale indipendente si intende un’istituzione presso la quale le decisioni relative al tasso di interesse e all’offerta di moneta vengono prese senza subire l’influenza degli organi politici in carica che tradizionalmente sono più propensi a adottare politiche miopi di breve periodo per fini elettorali. Le armi per garantire l’autonomia di una banca centrale consistono nel nominare un governatore indipendente, nel rendere difficile una sua sostituzione, nell’affidargli un mandato duraturo che gli dia un orizzonte temporale lungo e l’incentivo a costruirsi una credibilità. Infine, occorre nominare un governatore ‘’conservatore’’ che sia, quindi, avverso all’inflazione e non sia disposto ad accettare un’inflazione più elevata in cambio di una riduzione della disoccupazione, quando questa è al suo tasso naturale. Studi empirici hanno dimostrato che questo approccio ha avuto successo: il grafico seguente mostra una netta relazione negativa, rappresentata dalla retta di regressione, tra l’indice di indipendenza delle banche centrali ed il tasso medio annuo di inflazione, relativo ai 18 Paesi Ocse nel periodo 1960-1990 (studi più recenti hanno confermato le stesse conclusioni).

Figura 3. Inflazione e indipendenza delle banche centrali, fonte: Blanchard Olivier, Amighini Alessia, Giavazzi Francesco, Macroeconomia – Una prospettiva europea, 2020

La letteratura economica ha mostrato interesse nei confronti del tema dell’indipendenza delle banche centrali soprattutto grazie al contributo di Milton Friedman e di Robert Lucas con la rivoluzione delle aspettative razionali. Secondo la cosiddetta critica di Lucas, è sbagliato cercare di prevedere gli effetti di un cambiamento della politica economica esclusivamente sulla base delle relazioni osservate nei dati storici; le regole decisionali del modello keynesiano, quindi, non possono essere considerate strutturali, ossia invarianti rispetto ai cambiamenti nelle variabili di politica del governo. La teoria di Lucas considera l’impatto delle politiche economiche sulle aspettative razionali: gli agenti economici, in condizioni di incertezza, formulano le loro aspettative utilizzando tutte le informazioni disponibili in quel momento. Gli organi che attuano la politica monetaria devono, pertanto, tener conto del comportamento e delle aspettative degli operatori privati. Nel caso in cui venga, ad esempio, annunciata una politica monetaria restrittiva per la riduzione dell’inflazione, gli agenti privati coopereranno con comportamenti coerenti con l’obiettivo solo se riterranno tale politica monetaria credibile; viceversa, gli operatori economici non coopereranno e la stretta monetaria non produrrà i suoi effetti. In definitiva, le conclusioni dei modelli economici che non tengano in considerazione parametri rilevanti come il quadro istituzionale (es. indipendenza della banca centrale) e la credibilità del policy maker risultano fuorvianti.

La credibilità di una banca centrale si fonda sulla sua indipendenza: quella della Banca Centrale Europea poggia su cinque pilastri sanciti nel TFUE, cioè l’indipendenza istituzionale, personale, funzionale e operativa, finanziaria e organizzativa e l’indipendenza giuridica. La Federal Reserve, invece, è definita come struttura indipendente all’interno del governo statunitense, la cui autonomia è garantita dal fatto che le sue decisioni non debbano essere ratificate da alcun organo del potere esecutivo o legislativo. Tuttavia, in tempi recenti, l’ex presidente Donald Trump ha esplicitamente attaccato il chairman Powell accusandolo di alzare troppo velocemente i tassi di interesse e definendolo il più grande nemico dell’America.

Quello americano è un altro pericoloso esempio di ingerenza del potere politico sulle banche centrali. In Turchia, purtroppo, la situazione è ancora peggiore: non solo la politica monetaria, ma anche la cultura, la libertà di espressione ed il vivere sociale stanno subendo forti restrizioni e condizionamenti. Ormai si può affermare che in questo clima di incertezza e volatilità il Paese non risulta più attrattivo per gli investimenti.

A cura di Nicola Ferrante

Fonti

Related Posts
Leave a Reply

Your email address will not be published.Required fields are marked *