fbpx

Ricerca e sviluppo per la crescita: il piano Amaldi

Ricerca e sviluppo per la crescita: il piano Amaldi

Al giorno d’oggi l’Italia, sconta un fortissimo ritardo a livello di crescita rispetto ai propri partner europei, con una crescita della ricchezza del paese in termini di PIL che si è attestata in media dello 0,2% ogni anno negli ultimi 20 anni.

Il problema italiano tuttavia proviene da molto lontano: diversi studi infatti, mostrano come la produttività italiana, dopo una crescita post Seconda guerra mondiale nel periodo del “miracolo economico”, abbia subito un forte rallentamento per poi iniziare a decrescere dagli anni ‘80. L’articolo si pone l’obiettivo di evidenziare la fondamentale importanza che gli investimenti in ricerca e sviluppo hanno quali determinanti della crescita e di esporre la recente proposta avanzata dal fisico Ugo Amaldi, che ha preso il nome di Piano Amaldi, di aumentare gli investimenti pubblici destinati alla ricerca di base e ricerca applicata al fine di raggiungere il livello attualmente destinato da paesi come Francia e Germania.“…questo debito è sottoscritto e comprato da paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori. Questo debito sarà sostenibile se utilizzato a fini produttivi, ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca e altri impieghi. Se è cioè quello che noi percepiamo come debito buono”

Il discorso tenuto al meeting di Rimini da Mario Draghi, insieme ai numerosi studi e la letteratura riguardante la crescita economica, evidenziano con sempre maggior forza l’utilità e l’efficacia del progresso tecnico quale motore dello sviluppo.

Il principale elemento a supporto del progresso tecnico è rappresentato dall’attività di ricerca e sviluppo, in grado di portare innovazione in un paese e favorire quindi la produzione di beni e servizi di qualità sempre più elevata; ne discende anche una sempre più efficiente capacità di organizzazione e disposizione dei fattori della produzione.

Dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, le principali economie uscite devastate dal conflitto, hanno beneficiato di una straordinaria crescita, derivante dalla ricostruzione dello stock di capitale andato distrutto negli anni precedenti. In tale situazione, infatti, un paese con uno stock di capitale molto basso, beneficerà maggiormente degli investimenti effettuati, potendo arrivare a tassi di crescita della produzione pro-capite estremamente elevati. Ne sono un esempio il Giappone e la Germania, dove tra il 1948 ed il 1972 il tasso di crescita è stato rispettivamente dell’8,2% e del 5,7%.

Attualmente nelle economie avanzate questo processo ha perso in parte la sua capacità di produrre effetti rilevanti sulla crescita; nel lungo periodo, infatti, si rende necessario un elevato tasso di innovazione, favorito dal progresso tecnico, per sostenere un costante tasso di crescita. Il progresso si realizza all’interno del mercato mediante un processo di “distruzione creatrice[1] delle attività di impresa.

Ciò risulta coerente con quanto descritto nel “Modello di Solow”: sviluppato nel 1956 dal premio Nobel Robert Solow, la teoria ipotizza un modello di crescita economica, che attribuisce la crescita della produzione al risultato dell’interazione tra l’aumento dello stock di capitale, la crescita della forza lavoro e il progresso tecnico. Dal modello si può derivare come, in una situazione di equilibrio di lungo periodo, la crescita del prodotto pro-capite sia unicamente funzione del progresso tecnologico.

Il progresso tecnico[2] viene inserito dallo stesso Solow all’interno del modello, mediante la Total Factor Productivity (TFP). La TFP è una misura dell’efficienza economica ed è data dalla differenza tra tasso di crescita dell’output e tasso di crescita del capitale e del lavoro. Come si può osservare dal grafico sotto riportato, tratto dalla banca dati FRED della Federal Reserve di St. Louis che riporta l’andamento della TFP in Italia, la produttività italiana è stagnante da diversi anni e ferma addirittura ai livelli della fine degli anni 60.


Fonte: fred.stlouisfed.org

Fondamentale, per quanto l’innovazione all’interno di un paese, è la complessa relazione tra questa e la forma di mercato dell’industria di riferimento. Imprese monopolistiche, a causa di inerzia organizzativa e degli elevati costi di modifica delle tecnologie in uso, potrebbero essere fortemente scoraggiate ad implementare nuove tecnologie od ampliare la gamma di prodotti. Nel caso della concorrenza, non considerando interventi esterni, le imprese che non innovano sono costrette nel lungo periodo ad uscire dal mercato e contestualmente il continuo progresso da parte delle imprese che rimangono all’interno dello stesso si traduce in benefici per il consumatore come, ad esempio, prezzi più bassi e prodotti di qualità maggiore.

Nonostante la sola spesa in ricerca e sviluppo (R&D) sia fondamentale, data anche la significativa correlazione tra questa e le dinamiche di produttività e produzione, ciò che favorisce il passaggio da spesa in R&D a trasferimento tecnologico ed infine ad innovazione è senza dubbio un adeguato assetto istituzionale, garantito principalmente da buone politiche per la concorrenza, per il credito e per l’istruzione. Determinante è quindi garantire un elevato turnover delle imprese riducendo i costi di entrata; al tempo stesso risulta cruciale fornire un adeguato sostegno finanziario attraverso un mercato dei capitali che sia in grado di favorire investimenti in progetti con ottime potenzialità nel medio-lungo periodo, come accade ad esempio nel mercato dei Venture Capitalist.

Infine, una determinante fondamentale nella capacità di innovare è rappresentata dall’istruzione, quale elemento volto allo sviluppo di capitale umano altamente qualitativo. Vi è infatti un legame molto stretto tra istruzione ed innovazione. Come affermato da Carlo M. Cipolla in uno scritto del 1969 “paesi più̀ istruiti furono anche quelli che per primi importarono la Rivoluzione industriale: il fatto era che un’istruzione diffusa significava non solo un’offerta elastica di lavoratori istruiti, ma anche una concezione più̀ razionale della vita e quindi un atteggiamento più̀ ricettivo rispetto alle innovazioni da parte della popolazione”.

Nella formazione di capitale umano sempre più specializzato, è centrale il ruolo delle università quali centri di produzione, di ricerca scientifica e di formazione di nuovi ricercatori. Maggiori fondi pubblici dovrebbero essere quindi impiegati al fine di finanziare gli studenti meritevoli e le università migliori, in base a rigorosi e oggettivi procedimenti di valutazione. Oltre all’università, un particolare impegno deve partire dalle fondamenta del sistema scolastico, ovvero la scuola primaria. Ruolo fondamentale dell’istruzione primaria è quello di stimolare gli interessi e le potenzialità degli alunni, facendo emergere gli studenti particolarmente brillanti; al contempo la crescita del livello medio di istruzione, permette ai cittadini di essere più consapevoli del ruolo da questi svolto nella società ed aumenta la capacità di questi di produrre ricchezza e benessere.

In tale contesto l’Italia sconta un fortissimo ritardo rispetto ai paesi OCSE per quanto riguarda sia la spesa pubblica sia quella privata in R&D. Le imprese italiane, in particolare, spendono pochissimo in R&D a causa della dimensione media delle stesse, estremamente ridotta e di un assetto istituzionale che non favorisce l’innovazione. Inoltre, uno dei principali problemi è anche legato allo scarso trasferimento di conoscenze dalla ricerca pubblica alle imprese; queste infatti, considerato il loro limitato mercato di riferimento, non riescono a utilizzare in pieno i risultati prodotti dalla ricerca stessa, bloccando così il trasferimento tecnologico alla base delle cosiddette tecnologie “disruptive”.

Per questo recentemente, il fisico Ugo Amaldi, ha lanciato all’interno del documento che prende il nome di “Pandemia e Resilienza”, redatto dalla consulta scientifica del Cortile dei Gentili presieduta da Giuliano Amato, la proposta di aumentare i fondi destinati ogni anno alla ricerca pubblica italiana. In particolare la proposta prevede di aumentare i fondi esistenti di 1,5 miliardi di euro nel 2021, proseguendo poi con un aumento del 14% ogni anno per sei anni, fino ad arrivare ad un investimento annuo dell’1,1% del Pil nel 2026.

Attualmente i fondi destinati alla ricerca e sviluppo rappresentano lo 0,5% del Pil ma, stando ai dati disponibili, un maggior investimento in R&D risulterebbe estremamente utile in quanto i ricercatori italiani risultano in media più produttivi del 20% dei ricercatori tedeschi e del 30% rispetto a quelli francesi. Inoltre, all’interno del campo della ricerca, il 47% delle persone occupate sono donne: un incremento di tali fondi potrebbe quindi anche sostenere la lotta alla disoccupazione femminile e disparità di genere.

L’aumento sopra esposto, si pone come obiettivo quello di raggiungere entro tre anni il livello attuale di spesa della Francia ed entro sei anni quello della Germania; ciò può essere raggiunto utilizzando sin dal 2021 anche gli aiuti del Recovery Fund, pari a un miliardo di euro per la ricerca di base e mezzo miliardo di euro per la ricerca applicata.

Osservando i dati, la spesa in Italia per R&D è di circa 9 miliardi l’anno contro i 17 della Francia ed i 31 della Germania. Inoltre, come è possibile osservare dal grafico sotto riportato, tratto da una ricerca condotta dal CNR[3], in Italia sono presenti un numero molto limitato ricercatori in rapporto a mille occupati, ben al di sotto dei principali partner europei.


Altro dato da osservare è quello relativo alla composizione percentuale della spesa per settore istituzionale a livello regionale: si può osservare dal grafico sotto riportato, come emerga nelle regioni del sud una totale dipendenza dai fondi pubblici per quanto riguarda la ricerca.

Lo stanziamento dei fondi previsti dal Piano Amaldi potrebbe essere quindi vitale per quelle aree del paese più svantaggiate sul piano economico, ponendo in essere investimenti che siano estremamente produttivi e che costituiscano quello che è stato definito dall’ex presidente della BCE, ed attuale Premier, Mario Draghi “debito buono”, evitando ulteriori spese di trasferimento e ridistribuzione.

L’obiettivo del Piano Amaldi è quindi quello di rilanciare con un’ottica di lungo periodo il ruolo fondamentale della ricerca sia di base sia applicata. Infatti, se ben implementata, permetterebbe un maggiore trasferimento tecnologico alle imprese favorendo quindi l’innovazione.

Fondamentale è quindi che l’Italia, in un panorama mondiale che vede un ruolo sempre più forte delle economie emergenti, tornare a fornire prodotti e servizi ad elevato valore aggiunto per i quali altrimenti, con la vasta manodopera a basso prezzo di economie come Cina e India, sarebbe impossibile risultare competitivi dal lato dei costi di produzione

Federico Guerra

[1] La distruzione creatrice è un concetto attribuito all’economista Schumpeter nella sua teoria sul ciclo economico, al fine di descrivere l’impatto dell’innovazione all’interno del tessuto industriale. Questa, infatti, favorisce l’uscita dal mercato delle imprese vecchie, “premiando” così quelle più innovative

[2] Il progresso tecnico considerato da Solow nel modello è il cosiddetto progresso tecnico “Hicks-neutral”, ovvero un progresso che influenza nella stessa proporzione la produttività marginale di tutti i fattori.

[3]http://www2.dsu.cnr.it/relazione_ricerca_innovazione/volume/Relazione_sulla_ricerca_e_innovazione_in_Italia_cap1.pdf

FONTI

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2007/draghi_24_07_07.pdf

http://www2.dsu.cnr.it/relazione_ricerca_innovazione/volume/Relazione_sulla_ricerca_e_innovazione_in_Italia_cap1.pdf

https://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/ricerca_istituzioni/2020/07/08/ricerca-amaldi-investire-fino-all11-del-pil-entro-2026_9f0149ec-81ed-4d70-9382-7619601496ae.html

https://www.cortiledeigentili.com/la-risposta-alla-pandemia-un-documento-della-consulta-scientifica/</a>

https://www.cortiledeigentili.com/wp-content/uploads/2020/05/Pandemia-e-resilienza-9-7-2020.pdf

https://www.ilsole24ore.com/art/come-e-cambiata-l-economia-italiana-primi-vent-anni-dell-euro-ACGqP8E?refresh_ce=1

https://fred.stlouisfed.org/searchresults/?st=

Related Posts
Leave a Reply

Your email address will not be published.Required fields are marked *